Guerra al “cosismo”

recentemente sono entrata nella scuola delle mie figlie e mi sono soffermata a guardare dei lavori di varie classi appesi al corridoio. mi piace molto guardare i lavori fatti a scuola dagli alunni e insegnanti: mi rende felice il pensiero che un insegnante scolastico abbia delle idee che allargano il programma didattico fine a se stesso ed entri in profondità in argomenti utili a livello sociale ed educativo, allargando quindi le menti degli studenti. o perlomeno provandoci.
quindi, ero lì con il naso sui muri di questo grande corridoio, con il sorriso e la mente che vagava in ricordi di infanzia, quando alla mia scuola, che era abbastanza particolare per il periodo, nonostante fosse pubblica, si facevano attività “alternative” (cucina, falegnameria, murales, giardinaggio, laboratorio di carta pesta, rappresentazioni teatrali con preparazione di scenografie e maschere e costumi di scena, feste a tema, assemblee di discussione e molto altro); ed ero contenta di immaginarmi la stessa passione dei miei maestri in questi maestri. e mi è caduto l’occhio su un articolo appeso che si intitola “Guerra al cosismo” (e il computer continua a cambiarmi la parola “cosismo” con “Cosimo”, ma vabbè!) scritto da Pino Pellegrino.
propone due strategie per battere il “cosismo” (accumulo e attaccamento alle cose), la prima è di rafforzare il cervello, “di fronte al prevalere dell’oggetto è da saggi rafforzare il soggetto”; la seconda è il rilancio della sobrietà, perché secondo l’autore la sobrietà è giustizia, protegge la salute, è aria allo spirito, forgia il carattere.

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io sono nata e cresciuta in una famiglia dove c’erano molti soggetti e pochi oggetti. non perché fossimo poveri. era la visione socio-educativa dei miei genitori. per cui io, che sono terzogenita di tre sorelle, da bambina avevo vestiti che erano già stati usati da qualcuno, e i giocattoli erano stati ceduti da qualche bambina più grande, e le biciclette avevano già percorso chilometri con altri piedi, e i libri di scuola erano rigorosamente usati! ma la nostra casa era sempre aperta, a chiunque.
l’accoglienza è stato un valore che i miei genitori sicuramente ci hanno inculcato.
oggi, i miei figli hanno più oggetti di quelli che avevo io, ma spero di insegnare loro a mettere sempre davanti il “soggetto”, le persone sempre prima delle cose.

mi sono innamorata di una frase (mi succede spesso!) che è riportata in questo articolo. una frase che un pensatore latino, Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.) dettava agli amici per collocarla sulla porta d’ingresso delle loro case:
“qui domi intraverit, nos potius miretur quam supellectilem nostram.”
(“chi entra in casa nostra, ammiri noi e non i mobili.”)

 

 

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