Lazzaretto (5 km)

in una viuzza di campagna, alle porte di Verona, c’è un lazzaretto.
direi che non è in buonissime condizioni, ma il luogo in cui si trova è fiabesco.
per ovvi motivi è stato costruito qui, fuori dalla città, in una grande zona erbosa, lontana dalle abitazioni e circondata da mura in tutto il perimetro. il lazzaretto fu progettato, secondo il Vasari, dall’architetto Michele Sanmicheli nell 1548 e completato solamente nel 1628 in tempo per la peste del 1630, portata dai soldati tedeschi. per la città il contagio fu un vero disastro. nel tentativo di arginare l’epidemia le autorità sanitarie e cittadine cercarono di confinare i malati al lazzaretto: al culmine della pestilenza all’interno si concentrarono più di 5.000 appestati. Alla fine del 1700 il suo utilizzo sanitario cessò, e il grande complesso venne trasformato in deposito di esplosivi.

mi hanno detto che dopo moltissimi anni di incuria e abbandono era stato “ripulito” dalle erbacce e pareva risplendere di luce nuova… ho visto una locandina con degli appuntamenti che si svolgono proprio qui, nel lazzaretto, e mentre visitavo questo luogo una coppia di sposi freschi freschi è venuta a fare delle foto per l’album di nozze. forse davvero ci si sta rendendo conto dell’importanza di questo luogo incantato e mi auguro che molte persone lo visitino. ma l’erba qui continua a crescere…

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nonostante lo sfondo agreste e la giornata estiva, l’aria sembra pesante e la visita a questo luogo lascia un senso di solitudine e dolore. a nessuno piace parlare di malattia e sofferenza, tantomeno in questo periodo dell’anno in cui le cellule del nostro corpo sorridono col calore del sole e la nostra pelle si schiude come da un risveglio letargico e ha voglia di cantare. ma come per ogni dicotomia che si rispetti, la vita senza la morte non avrebbe senso d’esistere. la gioia senza la sofferenza non sarebbe così gradita. la fragilità e la potenza umane sono da celebrare a mio parere in ogni loro manifestazione. farne l’esperienza, calarsi nel buio degli stati d’animo più difficili, viverli.
e poi lasciarli andare.

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