Sisters

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a volte mi guardo allo specchio e mi sorprendo sempre dei cambiamenti della mia faccia, spesso stanca, a volte luminosa, qualche volta assente, alle volte trasparente, talvolta ridente…
e quando mi capita di guardarmi la pelle che rimane scoperta in alcuni periodi dell’anno… mani, braccia, gambe, piedi… le mie mani mi parlano, le rughe mi accompagnano e mi fanno venire in mente – immediatamente – il ricordo dell’immagine delle mani di mia mamma, a come glie le ho sempre viste: grandi, dure, poco femminili, aperte. a quanto si somigliano, le mie e le sue, sempre più.
io e lei abbiamo trent’anni di differenza e fisicamente io non l’ho mai vista “vecchia”, a differenza delle mie figlie che già da tempo mi dicono carinamente che sono “vecchia, brutta e cattiva”. lei è sempre stata bella per me.
nella mia pelle che invecchia, con naturalezza, che perde elasticità e tonicità e che si colora di tonalità nuove, io rinnovo il legame con mia mamma e con la mia personale storia e uno sguardo sereno e positivo verso i miei figli e il futuro, e, in fondo, un senso a tutto.

e soprattutto, guardando le mie mani, mi ricordo del laccio fraterno, unico e indissolubile, che ho con le mie fantastiche e diverse e lontane e difettose e meravigliose sorelle! a quanto siamo distanti e a quanta fatica ci sia nell’avvicinarci l’una all’altra. ma allo stesso tempo, quanta naturalezza avverto quando ci riusciamo. quando semplicemente in un abbraccio o in una parola, ritroviamo quell’istinto ingenuo e innocente che ci accomuna (volenti o nolenti) fin da quando eravamo bambine, quando litigavamo senza rancori, quando sapevamo di esserci anche se non volevamo.
noi tre non siamo mai state sorelle amorevoli o affettuose o premurose le une con le altre, eravamo poco interessate alle vite delle altre, poco aperte, anche, tra di noi. stessi principi, stessa educazione, strade simili… ma un’incapacità di fondo di specchiarci tra di noi… e questo mi ha fatto rattristare in vari momenti della mia vita, per poi scoprire – di nuovo- che il cambiamento deve partire da me. che se lo voglio mi devo impegnare, con fatica o semplicità, partendo dal principio o dalla fine, arrivandoci da sotto oppure da sopra, facendo la mia parte.
e oggi, dopo molti anni di allontanamento, le ritrovo. e capisco che il legame che avevamo prima non è paragonabile per attenzione e intensità a quello più faticoso ma migliore che c’è oggi. e ciò che credevo spezzato da tempo, in realtà, è più forte e ricco di prima.

so che qualcosa c’è e che insieme lo vedremo spuntare.

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thanks sisters!

Change

il guerriero si sveglia

all’orizzonte, il limite tra Cielo e Terra si stempera. all’orizzonte, è impossibile discernere.
hai vissuto in uno stato irreale. la tua esistenza si è svolta in un modo inesistente. manchi di basi. aleggi nell’aria. per tutto questo tempo hai vissuto pensando che le cose andassero in un certo modo. hai agito di conseguenza, e questo è giusto.
tuttavia, sul Cammino della Conoscenza, il Guerriero deve penetrare sempre più in profondità se stesso e la sua vita. sul Cammino della Conoscenza il Guerriero deve morire per poter rinascere con una muova illuminazione. 
è tempo di svegliarsi.
improvvisamente ti sei accorto della fragilità delle tue convinzioni. quelli che prima erano i tuoi pilastri adesso sono soltanto vaghe vestigia. l’Onnipotente ti ha giocato il vecchio tiro, togliendoti la sedia su cui ti apprestavi a sederti come tutti i giorni. ti sei fatto male, hai provato dolore, e anche questo è bene. se fossi caduto sul morbido non ci avresti neppure fatto caso. ma la verità è che sei atterrato in un’altra realtà. sei sconcertato, la tua coscienza è annebbiata. non capisci nulla dell’accaduto.
il dolore acceca. anche se ora non lo capisci, quello che ti è successo è meraviglioso. 
non sei più lo stesso di qualche minuto fa e, se sarai abbastanza saggio, non tornerai più a esserlo. altre questioni ti interesseranno adesso, altre montagne ti si presenteranno da scalare. altri demoni dovrai fronteggiare, altri fratelli ti cammineranno accanto.
vivi la tua nuova vita, guarda con occhi nuovi. 
tuttavia, preparati a rinascere.
di nuovo.

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Quando si chiude una porta e si apre un portone

la vita, si sa, apre e chiude porte, costruisce e distrugge muri, aggiunge o toglie scalini, illumina e oscura, a volte sorregge e altre volte schiaccia.
come viaggiatore, mi sento di dover essere grata alla vita. grata ai compagni di viaggio, agli amici e ai nemici, a chi mi ha accolta e a chi mi ha rifiutata, a chi mi ha compresa e a chi mi ha giudicata. grata anche a me stessa, per quelle volte in cui sono fuggita e per quelle volte che invece ho tenuto duro. per quelle volte in cui ho creduto in me stessa e quelle volte in cui mi sono vista inadatta. per la mia imperfezione e la stessa perfezione. per le risate e i pianti. per la voglia di esserci e per la capacità di sbagliare.
se le cose che ho imparato in questi anni si possono contare sulle dita delle mani, il numero degli errori che ho fatto cresce esponenzialmente… perché anche io, come Tiziano, imparo lenta e sbaglio veloce.
l’educazione dell’errore fa parte di molte realtà: famiglie, scuola, comunità… e anche io sono cresciuta con la paura di sbagliare, di essere sbagliata e di dover essere o fare qualcosa per piacere agli altri. e ciò mi ha portato molta sofferenza e molta tristezza. e questo retaggio me lo sono portata dietro per moltissimi anni, con lo zaino che pesava e con l’incapacità di capire (neanche di essere, ma proprio di capire) chi fossi e cosa volessi fare e dove volessi andare. e le maschere si susseguivano una dopo l’altra. e più mettevo maschere, più mi sembrava di averne bisogno. e lo zaino pesava.

abbiamo bisogno di qualcuno che ogni tanto ci dica: “sei magnifico, ragazzo mio. ben fatto. molto bene”. e non dimenticatelo: se ne abbiamo bisogno noi, ne hanno bisogno anche i bambini. sarebbe ora di smetterla con questa storia dei ventisette errori. errore. errore. errore. errore. errore. restituire i compiti con tutti i segni di “errore”. non sarebbe meglio segnare le cose che vanno bene? “hai messo due cose che vanno bene, johnny. bravo!”. non sarebbe meglio far sapere ai bambini che possono far bene qualcosa, e partire da lì?

r. l. Laing ha detto: fin dal momento della nascita, tu vieni programmato per diventare un essere umano, ma sempre secondo la definizione della tua cultura e dei tuoi genitori e dei tuoi educatori. e la cosa più orribile è che ci lasciamo agganciare da questo programma, e incominciamo ad identificarlo con noi. sul nostro “io” si ammucchiano migliaia e migliaia di cose, che in realtà non sono “noi”, ma appartengono alle nostre famiglie, alla nostra cultura, ai nostri amici e cosi via. le prendiamo con noi e siamo disposti a morire per difendere quel “noi” e diventiamo apatici per non affrontare la sfida di un nuovo “io”.

ho letto tanti libri sull’insicurezza, sull’autostima, sulle paure, sul cambiamento…
finché è arrivata una persona un giorno che mi ha scritto “chi non sbaglia non vive!”
che sbagliare non solo è umano, ma è anche utile.
illuminazione

quante volte l’avevo sentito dire prima. quante volte ho provato a convincermene, ripetendolo nella mia testa, lavorando per crederci.
ma c’è un momento, sono convinta, in cui -per motivi sconosciuti- alcune parole arrivano dirette a una parte dentro di noi, una qualsiasi parte, e succede una sorta di illuminazione definitiva, che cambia radicalmente il nostro modo di pensare o di porci. qualcuno la chiama grazia… io preferisco illuminazione.
e da lì, ci si guarda allo specchio, e ci si abbraccia. un abbraccio infinito che dona una leggerezza mai provata e la consapevolezza che come noi ci siamo soltanto noi. e non dobbiamo cambiare per gli altri, ma solo se lo vogliamo veramente noi. per noi stessi.

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thanks roby

Welcome

tra pochi giorni il mio principe inizierà a far parte della massa di bambini che entrano sorridenti e piangenti in quegli edifici chiamati “scuole”, ricchi di storia e legati alla più grande Storia passata. decenni di lotte per l’alfabetizzazione, battaglie per i diritti delle donne e dei bambini per la scolarizzazione obbligatoria. anni di politiche a favore e a sfavore, bilanci, tagli. accontentati e male accontentati, con figli o senza figli, a favore delle scuole private o pubbliche che siamo, tutti in questo periodo dell’anno ci accorgiamo che l’estate è conclusa (anche solo perché poco prima delle ore 8.00 il traffico si intensifica spropositatamente in vicinanza delle scuole!)

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quando è nato il mio ultimo figlio, lontani ormai dai riti dalla chiesa cattolica, ho pensato e ripensato a quale tipo di festa di benvenuto potessimo fargli. e siccome volevo un benvenuto pubblico anche per lui, mi sono detta “fanno i matrimoni laici. magari fanno anche i battesimi laici?!” e forte di questa mia speranza ho preso un appuntamento dal sindaco del mio paese. quando mi ha ricevuta, mi ha detto: “non esiste questa cosa, non l’ho mai fatta né mai sentita. nessuno me l’ha mai chiesta e sono sicuro che nessuno dei miei colleghi omologhi abbia mai svolto un “benvenuto laico” per un bambino. ma se vuole, ci possiamo pensare su”.
detto-fatto! mi ha ricontattata l’assessore alla cultura e con lei abbiamo organizzato la festa, che si è svolta un sabato mattina in comune, con tanto di discorso del sindaco in tenuta ufficiale, sull’importanza dei bambini nelle società moderne e sul peso genitoriale per dare speranza alle nuove generazioni; sull’istruzione, sulla lettura, sulla cultura… c’erano confetti azzurri e palloncini e fiori e parenti e amici e bambini e festa.
ricorderò sempre il mio sindaco e tutto il suo staff per la disponibilità e l’apertura dimostrata. io avrò avuto la sfacciataggine di chiedere una cosa un po’ ardua, ma loro hanno avuto l’audacia di seguire la mia idea e di metterci la faccia!

questa è la poesia che hanno proposto per quell’occasione:

i figli sono come aquiloni,
passi la vita a cercare di farli alzare da terra.
corri e corri con loro
fino a restare tutti e due senza fiato.
come gli aquiloni essi finiscono a terra,
e tu rappezzi e conforti, aggiusti e insegni.
li vedi sollevarsi nel vento e li rassicuri che presto impareranno a volare.
infine sono in aria:
gli ci vuole più spago e tu seguiti a darne
e a ogni metro di corda che sfugge dalla tua mano
il cuore ti si riempie di gioia e di tristezza insieme.
giorno dopo giorno l’aquilone si allontana sempre di più
e tu senti che non passerà molto tempo
prima che quella bella creatura spezzi il filo che vi unisce e si innalzi,
come é giusto che si sia, libera e sola.
allora soltanto saprai
di avere assolto il tuo compito.

Erma Bombeck

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il complimento più bello che mi abbiano mai fatto le mie figlie?
non ho alcun dubbio.
questo:
“mamma, tu non sei normale!”

grazie di cuore.

 

 

 

San Mattia (0 km)

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quando andiamo a trovare i miei genitori, a Verona, con i bambini facciamo spesso un pronostico su cosa avranno cucinato il nonno e la nonna, e fantastichiamo sul pranzetto che ci aspetta, nel quale non mancheranno sicuramente sei o sette tipi di contorni dell’orto e il vino di mio papà. e ogni cosa acquisterà quel sapore tipico che è proprio dei loro manicaretti, perché ognuno di noi, quando è un po’ di anni che cucina, secondo me (e anche le mie figlie), poi trasmette ai piatti quel gusto che arriva direttamente dalla sua mano, una specie di firma, che è sempre la stessa, che appartiene alla profonda intimità del cuoco, che anche se cambiano i piatti e cambiano i sapori, quella rimane identica. una sorta di marchio, di apostrofo, di virgola, un segno (mettetelo dove volete) di riconoscimento infallibile e inconsciamente inalterabile. non è un’aggiunta di un ingrediente, non è la recita di una formula magica, non è nemmeno l’utilizzo degli stessi arnesi, stesse pentole, stessi fuochi… ed è quel qualcosa che ricorderemo a lungo quando non ci verrà cucinato più quel piatto da quella persona… come quando morì mia nonna: sapevo che quel sugo al pomodoro che faceva lei, non l’avrei mangiato più da nessun’altra parte. e non perché fosse il più buono, ma perché c’era la sua firma.

credo che la stessa capacità di marchio ce l’abbiano i luoghi e al pari di ciò, spetti loro la stessa sorte. una resistenza all’oblio, dolce e potente, che poggia le speranze sulla capacità di sedimentarsi nel profondo dell’animo (o del cervello) umano che hanno avuto “in vita” e sulla continuità di ricordo che possono avere anche se coperti da arbusti e vegetazione e chiusi da cancelli ferrati e filospinati.

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sempre di costruzione asburgica (come suo cugino Gisella), il forte san Mattia esemplifica l’attitudine dei progettisti al tema dell’ambientazione, della fusione tra architettura e paesaggio: consapevoli che le fortificazioni collinari e montane fossero situate in posizioni di particolare interesse visivo, studiavano attentamente le complesse relazioni paesaggistiche sia per ragioni funzionali, balistiche, di reciproco fiancheggiamento, sia per la loro cultura, appartenente a pieno titolo al romanticismo mitteleuropeo.

utilizzato per anni da un gruppo scout cngei, oggi è la sede di un’associazione di radioamatori. e per il resto è abbandonato.
ed è comunque bellissimo!
lo sguardo su uno scorcio remoto di questa stupenda città, un punto di vista poco noto, un taglio sorprendente, una linea nascosta. questo stato di semi abbandono, rende questa zona sicuramente interessante e molto seducente. profuma di storia, di tufo, di ferro, di verde e di silenzio. e qui, in questo luogo, ci si può concentrare sulla meraviglia di ogni singolo pezzo di paramento murario o filo d’erba che sia… oppure alzare lo sguardo per ammirare l’immensità di nuvole e blu mescolati insieme in una ricetta sempre nuova e sempre perfetta… oppure ancora, guardare giù, e accorgersi di come è speciale il connubio tra natura e uomo quando crea bellezza!

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Evolution

scusate.
scusate ma io non resisto.
quando vedo certe cose non so se ridere o piangere e nel dubbio faccio contemporaneamente le due cose. e sorrido di sicuro con il cuore che brilla e urlo dentro e fuori di meravigliosa frenesia, mentre il mio cervello rimane incredulo e allo stesso tempo ringrazia per questo regalo.

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arrivi in questo paese alle pendici del più famoso “trentino” e ti accoglie quel cartello. chiaro. semplice. innovativo e antiquato allo stesso tempo. rivoluzionario e strutturato. e ti fermi. e il cuore fa un sussulto. e non ci credi e poi invece ci credi con tutto te stesso e vuoi esserci, e vuoi vivere questo momento. questo cartello. che ovviamente non è solo un pezzo di lamiera colorato, è un messaggio di luce e intelligenza e speranza. è un riflesso e un ammonimento e un’apertura straordinaria, che però dovrebbe essere all’ordine del giorno per me.
io da piccola giocavo sempre per la strada, tra i campi e il cemento. quelli erano i luoghi di incontro di noi bambini. e ci stavamo ore e giornate e a ripensarci adesso, mi sembra di parlare malinconicamente, come quella canzone bellissima di Guccini “il vecchio e il bambino”, ma in realtà vivo in un paese dove i bambini vanno in giro a piedi e in bicicletta e ci sono molti parchi dove incontrarsi e i miei figli li sprono sempre a stare all’aria aperta, dove ci si può misurare e scontrare, dove si può avvicinarsi e allontanarsi, dove c’è condivisione e scambio reale, dove si fa amicizia e si litiga, per poi tornare amici, dove si cade e ci si fa male, e dove ci si annusa e ci si respira gli uni con gli altri, e ci si tocca, e si parla e ci si mostra per come si è. e si impara.
magari non proprio in mezzo alla strada, ma per la strada sì. perché per me, uno dei compiti fondamentali di un genitore è far sì che i propri figli diventino autonomi e riescano a vivere nel mondo con le proprie gambe e a volare nel cielo con le proprie ali. partendo dalla strada, dalla propria via, un passo alla volta, una corsa alla volta, un battito d’ali alla volta… poi saranno due…

“il concetto di educazione per tutta la vita è la chiave d’accesso al ventunesimo secolo. esso supera la distinzione tradizionale tra educazione iniziale e permanente. esso si collega al concetto della società educativa, in cui ogni cosa può essere occasione di apprendimento e di realizzazione.
l’educazione riguarda tutti i cittadini, che dovrebbero essere membri attivi, e non soltanto consumatori passivi, dell’educazione fornita dalle istituzioni. ciascuno può apprendere in una varietà di situazioni educative e, idealmente, diventare alternativamente discente e docente nella società dell’apprendimento. con l’integrazione del non formale nell’informale, l’educazione è incarnata nella società, che ne è pienamente responsabile e si rinnova grazie ad essa.”

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thanks ceci

How are you?

ho letto un sondaggio che ha rivelato che le emoticon più usate nei messaggi telefonici sono due: quella della faccina-sorriso e quella della faccina-risata-lacrime.
la deduzione immediata è che siamo in un periodo storico sereno e felice e che la maggioranza di noi si sente bene e sta bene. il fatto che vengano utilizzate queste immagini che esprimono inequivocabile felicità è meraviglioso! se ci fosse una emoticon con una nuvola e una faccina sorridente sopra (e anche un piede sopra la nuvola) sarebbe lo specchio di me stessa e io la userei e ne abuserei!
quante volte chiedete a qualcuno “come stai?” e la risposta che vi viene data è “bene e tu?”, e magari è un periodaccio, gli gira tutto storto, è depresso, si sente smarrito, è pieno di preoccupazioni…
è sempre bello quando qualcuno mi rivolge la parola, mi fa sentire interessante e non invisibile. e le persone che mi conoscono lo sanno che se mi chiedono “come sto” avranno da me una risposta per nulla sbrigativa. un giorno Noemi, persona intelligente e trasparente ma con cui non sono molto in confidenza, mi ha fatto la fatidica domanda… io ho fatto una lunga pausa, respirato a pieni polmoni, e le ho detto: “non è proprio un bel periodo.” e ho aggiunto “scusa ma se mi chiedi come sto, io ti dico la verità” e lei per tutta risposta mi dice: “scusa ma se ti chiedo come stai, è perché voglio saperlo, non per sprecare fiato.” ecco, io le ho voluto subito bene!
è anche vero che se non si è troppo in confidenza con qualcuno, nemmeno ci va di raccontargli i problemi personali; e chiedere come va, anche con superficialità, è comunque una forma di cortesia non disprezzabile.
a me piace dire “ciaobuongiornosalve” e attendere. non sono una persona espansiva, ma cerco sempre di guardare negli occhi chi saluto così ho un feedback immediato, e può nascere qualcosa.
se ti interessi a me, se mi chiedi come sto, io ti apro il mio cuore.
e se io ti chiedo come stai, non mi accontento del “bene grazie”, vorrei sapere di più.
(a qualcuno risulto antipaticissima, lo so…)
ma se io condivido una parte di me stessa con te e tu fai lo stesso con me, succede una magia: gli anelli della catena aumentano e altri si rafforzano. e la vita che oggi c’è e domani non si sa, se condivisa, ha davvero un senso!

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Chiama piano

quando credi d’esser sola
su un atollo in mezzo al mare
quando soffia la tempesta
e hai paura di annegare
chiama chiama piano
sai che non sarò lontano
chiama tu chiama piano
ed arriverò io in un attimo
quell’attimo anche mio

quando crolla il tuo universo
fra le righe di un giornale
quando tutto intorno è perso
e hai finito di sperare
chiama chiama piano
ed arriverò io in un attimo
quell’attimo anche mio

quando il fuoco sembra spento
e non pensi di aspettare
quando il giorno resta fermo
e decidi di volare
quando certa di aver vinto
sulla nube di veleno
e il tuo cielo è già dipinto
di un crescente arcobaleno
chiama chiama piano
sai che non sarò lontano
chiama tu chiama piano
ed arriverò io in un attimo
quell’attimo anche mio

chiama piano
sai che non sarò lontano
chiama tu chiama piano
ed arriverò io in un attimo
quell’attimo anche mio

Luca Bonaffini – Pierangelo Bertoli

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Cascata di Bovegno (42 km)

le cascate, che siano smisurate o semplicemente accennate, sono un simbolo di vita, di potenza, di forza e di libertà.
l’incessante scorrere, con abbondanza o scarsità, dell’acqua diventa sinonimo di bellezza. e più mi soffermo a guardare le curva perfetta dell’acqua che lascia il suo percorso e si avventura inconsapevolmente in un altro sfondo, e più l’incanto diventa sogno e il sogno diventa pace.

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questo è un paese con degli scorci fantastici! si trova in una conca da cui dipartono alcune valli laterali e non ci si impiega molto ad arrivarci dal centro città. nelle giornate calde o solitarie cercare un angolo di paradiso non è così difficile come può sembrare…
in questi giorni ho vissuto un lutto in famiglia: dopo giornate di festeggiamenti in grande stile un incidente stradale e la morte sul colpo. perché la morte è così, generalmente non ti avvisa quando passa, e non guarda in faccia nessuno, grandi piccoli adulti anziani alti bassi grassi magri pelati o con lunghi capelli morbidi oppure ricci crespi bianchi neri gialli ecc… la morte lascia dolore e sofferenza negli affetti vicini, sensi di colpa, incredulità, impotenza, rabbia… ma sono convinta che insegni molto la morte. che lasci anche un fortissimo urlo vitale, che esplode dentro e che dice: io ci sono. vivi. ora e qui. non pensare alla morte perché lei arriva prima o poi. ma non dimenticare la vita! davanti te non c’è l’eternità, ma adesso, in questo momento c’è la forza più importante che l’essere umano possa avere tra le mani: la vita! e attorno a noi esplode meraviglia, aprendo gli occhi e il cuore e la mente per fare entrare le piccole cose che rendono l’attimo speciale, diverso da tutti gli altri, unico e soprattutto irripetibile. perché per me la vita è non è una ripetizione di momenti, una rincorsa di obiettivi, un ritorno di passi… la vita è un’esplosione di attimi e di lampi di sorrisi, di condivisione di briciole… e lasciarcela scappare, con pensieri negativi o colpe date ad altri o a noi stessi, significa già un po’ morire.

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In un breve sutra, Buddha raccontò ai suoi discepoli la seguente parabola:

c’era una volta un viandante che stava camminando su un prato quando improvvisamente si imbatté in una tigre. l’uomo si mise a correre e la tigre lo inseguì.
giunto nei pressi di un burrone, il malcapitato afferrò con le mani un arbusto di vite selvatica che era cresciuta proprio sul ciglio del precipizio e vi rimase appeso, sospeso nel vuoto, mentre la tigre continuava a fiutarlo dall’alto.
tremante di paura, l’uomo guardò in basso e vide che c’era un’altra tigre che lo aspettava di sotto, anch’essa per divorarlo. tra i due predatori c’era solo quella vite che lo sosteneva. d’un tratto apparvero due topi, uno bianco e uno nero che a poco a poco iniziarono a rosicchiare la vite.
l’uomo notò accanto a sé una succulenta fragola. mentre con una mano si reggeva alla vite, con l’altra mano colse la fragola: com’era dolce!

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thanks davide

Harold Skeels

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“tra gli anni quaranta e gli anni sessanta, Harold M. Skeels, uno psicologo americano fece un lavoro meraviglioso in un orfanotrofio di bambini abbandonati. aveva notato che i bambini lasciati soli in un orfanotrofio diventavano progressivamente apatici, fino a una totale immobilità. al momento del ricovero avevano un quoziente d’intelligenza normale, ma dopo circa un anno e mezzo, il loro quoziente era quello dei ritardati. Skeels si chiese: “che cosa succede?”.
prese perciò alcuni bambini e li portò dall’altra parete della città, in un istituto per adolescenti ritardate; a ognuna di loro affidò un bambino. le ragazze non erano geni, ma erano affettuose.
tutti voi conoscete parecchi ragazzi che sono intelligentissimi ma che non combineranno mai nulla…perché non hanno nient’altro che l’intelligenza. conosco tanti altri ragazzi che sono assolutamente normali, ma hanno una capacità d’affetto favolosa, e sanno scaldare il cuore della gente; loro sì che riusciranno a volare!
Skeels affidò i bambini abbandonati alle ragazze, e le ragazze li adoravano, li coccolavano, piangevano al momento in cui i bambini venivano fatti salire sull’autobus, alla fine della giornata. l’unico cambiamento per i bambini era di carattere affettivo; non era cambiato nient’altro, solo che quei bambini ora venivano vezzeggiati e amati, erano oggetto di premure.
Skeels scrisse un saggio “head start on head start” presentando i risultati del suo studio su questi bambini, che ha continuato a seguire dopo l’esperimento. tutti quelli del gruppo di controllo che vennero lasciati nell’orfanotrofio sono diventati psicotici e sono finiti in qualche istituto, oppure sono diventati ritardati mentali. ma del gruppo affidato alle ragazze, tutti tranne uno si sono diplomati alle scuole medie superiori e nessuno vive dell’assistenza pubblica; sono tutti in grado di mantenere relazioni sentimentali stabili e di mantenersi da soli.

la variabile dipendente era:

qualcuno mi ha visto,
qualcuno mi ha toccato,
qualcuno mi ha voluto bene!”

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Valle delle Sfingi (40 km)

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a parte le domeniche estive, qui non viene mai nessuno.
questa valle la conosco da quando sono piccola. frequentavo questi luoghi perché uno zio era nato qui e qui aveva ancora la casa natale, ristrutturata ma mantenuta nella struttura originaria, che usava in estate ma era agibile in tutte le stagioni.. ed è stata un po’ il punto di riferimento per parenti e amici per molti anni. con la mia famiglia salivo le domeniche primaverili e con i miei zii e cugini stavo molti giorni in estate.
mi ricorderò sempre il momento in cui si scendeva dalla macchina, dopo il viaggio di andata, oltre al profumo dell’aria (un mix buonissimo che prendeva sfumature di erba verde e funghi e letame e acqua freddissima e terra bagnata e pane) che quasi ti graffiava dentro alle narici da tanto era puro, se non ti eri coperto bene la pancia, il primo passo fuori dalla macchina era letale per il tuo intestino. il paese dove andavamo noi, a pochi chilometri dalla valle delle sfingi è a circa mille metri di altitudine, eppure dalla città, passando per il tepore della macchina (macchina.. “il nostro” non era mica solo una macchina! un pulmino volkswagen di quelli hippie.. ma questa è un’altra storia..), si arrivava in montagna e come una sorta di benvenuto obbligato, c’era la coda in bagno prima quasi dei saluti agli ospiti.

al pomeriggio si faceva sempre una camminata, che a volte arrivava fino alla valle delle sfingi.. un parco giochi naturale che lascia a bocca aperta grandi e piccoli. una meraviglia!
questo territorio fa parte del parco naturale regionale della Lessinia. I monoliti in calcare che caratterizzano la valle sono dovuti al fenomeno del carsismo causato dall’azione erosiva dell’acqua che scioglie il carbonato di calcio delle rocce calcaree. In particolare nella Valle delle sfingi, i monoliti si sono originati per l’erosione e la disgragazione di due tipi di calcare: Rosso Ammonitico e Oolite di San Vigilio. Nel tempo queste rocce si sono modellate e ora si trovano allineate in modo longitudinale sul fondovalle e distanziate tra loro.

facendo attenzione alle distese di ortiche, le piante pungenti dei cardi, intervallate qua e là da cacche di mucche di passaggio, questa valle apre la mente e fa sorridere gli occhi. un respiro profondo a pieni polmoni dopo essere stati sott’acqua senza ossigeno. e il cuore assapora il riposo soddisfatto e gioioso dell’arrivo.
oggi qui ci portiamo i nostri figli, come tradizione da tramandare ai posteri, cercando di far provare loro le emozioni che abbiamo provato noi da piccoli, sapendo che, attraverso la loro unicità riescono a provarne di nuove, e mettendo insieme le nostre e le loro, la magia si amplia. 2.0

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