San Mattia (0 km)

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quando andiamo a trovare i miei genitori, a Verona, con i bambini facciamo spesso un pronostico su cosa avranno cucinato il nonno e la nonna, e fantastichiamo sul pranzetto che ci aspetta, nel quale non mancheranno sicuramente sei o sette tipi di contorni dell’orto e il vino di mio papà. e ogni cosa acquisterà quel sapore tipico che è proprio dei loro manicaretti, perché ognuno di noi, quando è un po’ di anni che cucina, secondo me (e anche le mie figlie), poi trasmette ai piatti quel gusto che arriva direttamente dalla sua mano, una specie di firma, che è sempre la stessa, che appartiene alla profonda intimità del cuoco, che anche se cambiano i piatti e cambiano i sapori, quella rimane identica. una sorta di marchio, di apostrofo, di virgola, un segno (mettetelo dove volete) di riconoscimento infallibile e inconsciamente inalterabile. non è un’aggiunta di un ingrediente, non è la recita di una formula magica, non è nemmeno l’utilizzo degli stessi arnesi, stesse pentole, stessi fuochi… ed è quel qualcosa che ricorderemo a lungo quando non ci verrà cucinato più quel piatto da quella persona… come quando morì mia nonna: sapevo che quel sugo al pomodoro che faceva lei, non l’avrei mangiato più da nessun’altra parte. e non perché fosse il più buono, ma perché c’era la sua firma.

credo che la stessa capacità di marchio ce l’abbiano i luoghi e al pari di ciò, spetti loro la stessa sorte. una resistenza all’oblio, dolce e potente, che poggia le speranze sulla capacità di sedimentarsi nel profondo dell’animo (o del cervello) umano che hanno avuto “in vita” e sulla continuità di ricordo che possono avere anche se coperti da arbusti e vegetazione e chiusi da cancelli ferrati e filospinati.

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sempre di costruzione asburgica (come suo cugino Gisella), il forte san Mattia esemplifica l’attitudine dei progettisti al tema dell’ambientazione, della fusione tra architettura e paesaggio: consapevoli che le fortificazioni collinari e montane fossero situate in posizioni di particolare interesse visivo, studiavano attentamente le complesse relazioni paesaggistiche sia per ragioni funzionali, balistiche, di reciproco fiancheggiamento, sia per la loro cultura, appartenente a pieno titolo al romanticismo mitteleuropeo.

utilizzato per anni da un gruppo scout cngei, oggi è la sede di un’associazione di radioamatori. e per il resto è abbandonato.
ed è comunque bellissimo!
lo sguardo su uno scorcio remoto di questa stupenda città, un punto di vista poco noto, un taglio sorprendente, una linea nascosta. questo stato di semi abbandono, rende questa zona sicuramente interessante e molto seducente. profuma di storia, di tufo, di ferro, di verde e di silenzio. e qui, in questo luogo, ci si può concentrare sulla meraviglia di ogni singolo pezzo di paramento murario o filo d’erba che sia… oppure alzare lo sguardo per ammirare l’immensità di nuvole e blu mescolati insieme in una ricetta sempre nuova e sempre perfetta… oppure ancora, guardare giù, e accorgersi di come è speciale il connubio tra natura e uomo quando crea bellezza!

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Evolution

scusate.
scusate ma io non resisto.
quando vedo certe cose non so se ridere o piangere e nel dubbio faccio contemporaneamente le due cose. e sorrido di sicuro con il cuore che brilla e urlo dentro e fuori di meravigliosa frenesia, mentre il mio cervello rimane incredulo e allo stesso tempo ringrazia per questo regalo.

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arrivi in questo paese alle pendici del più famoso “trentino” e ti accoglie quel cartello. chiaro. semplice. innovativo e antiquato allo stesso tempo. rivoluzionario e strutturato. e ti fermi. e il cuore fa un sussulto. e non ci credi e poi invece ci credi con tutto te stesso e vuoi esserci, e vuoi vivere questo momento. questo cartello. che ovviamente non è solo un pezzo di lamiera colorato, è un messaggio di luce e intelligenza e speranza. è un riflesso e un ammonimento e un’apertura straordinaria, che però dovrebbe essere all’ordine del giorno per me.
io da piccola giocavo sempre per la strada, tra i campi e il cemento. quelli erano i luoghi di incontro di noi bambini. e ci stavamo ore e giornate e a ripensarci adesso, mi sembra di parlare malinconicamente, come quella canzone bellissima di Guccini “il vecchio e il bambino”, ma in realtà vivo in un paese dove i bambini vanno in giro a piedi e in bicicletta e ci sono molti parchi dove incontrarsi e i miei figli li sprono sempre a stare all’aria aperta, dove ci si può misurare e scontrare, dove si può avvicinarsi e allontanarsi, dove c’è condivisione e scambio reale, dove si fa amicizia e si litiga, per poi tornare amici, dove si cade e ci si fa male, e dove ci si annusa e ci si respira gli uni con gli altri, e ci si tocca, e si parla e ci si mostra per come si è. e si impara.
magari non proprio in mezzo alla strada, ma per la strada sì. perché per me, uno dei compiti fondamentali di un genitore è far sì che i propri figli diventino autonomi e riescano a vivere nel mondo con le proprie gambe e a volare nel cielo con le proprie ali. partendo dalla strada, dalla propria via, un passo alla volta, una corsa alla volta, un battito d’ali alla volta… poi saranno due…

“il concetto di educazione per tutta la vita è la chiave d’accesso al ventunesimo secolo. esso supera la distinzione tradizionale tra educazione iniziale e permanente. esso si collega al concetto della società educativa, in cui ogni cosa può essere occasione di apprendimento e di realizzazione.
l’educazione riguarda tutti i cittadini, che dovrebbero essere membri attivi, e non soltanto consumatori passivi, dell’educazione fornita dalle istituzioni. ciascuno può apprendere in una varietà di situazioni educative e, idealmente, diventare alternativamente discente e docente nella società dell’apprendimento. con l’integrazione del non formale nell’informale, l’educazione è incarnata nella società, che ne è pienamente responsabile e si rinnova grazie ad essa.”

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thanks ceci

How are you?

ho letto un sondaggio che ha rivelato che le emoticon più usate nei messaggi telefonici sono due: quella della faccina-sorriso e quella della faccina-risata-lacrime.
la deduzione immediata è che siamo in un periodo storico sereno e felice e che la maggioranza di noi si sente bene e sta bene. il fatto che vengano utilizzate queste immagini che esprimono inequivocabile felicità è meraviglioso! se ci fosse una emoticon con una nuvola e una faccina sorridente sopra (e anche un piede sopra la nuvola) sarebbe lo specchio di me stessa e io la userei e ne abuserei!
quante volte chiedete a qualcuno “come stai?” e la risposta che vi viene data è “bene e tu?”, e magari è un periodaccio, gli gira tutto storto, è depresso, si sente smarrito, è pieno di preoccupazioni…
è sempre bello quando qualcuno mi rivolge la parola, mi fa sentire interessante e non invisibile. e le persone che mi conoscono lo sanno che se mi chiedono “come sto” avranno da me una risposta per nulla sbrigativa. un giorno Noemi, persona intelligente e trasparente ma con cui non sono molto in confidenza, mi ha fatto la fatidica domanda… io ho fatto una lunga pausa, respirato a pieni polmoni, e le ho detto: “non è proprio un bel periodo.” e ho aggiunto “scusa ma se mi chiedi come sto, io ti dico la verità” e lei per tutta risposta mi dice: “scusa ma se ti chiedo come stai, è perché voglio saperlo, non per sprecare fiato.” ecco, io le ho voluto subito bene!
è anche vero che se non si è troppo in confidenza con qualcuno, nemmeno ci va di raccontargli i problemi personali; e chiedere come va, anche con superficialità, è comunque una forma di cortesia non disprezzabile.
a me piace dire “ciaobuongiornosalve” e attendere. non sono una persona espansiva, ma cerco sempre di guardare negli occhi chi saluto così ho un feedback immediato, e può nascere qualcosa.
se ti interessi a me, se mi chiedi come sto, io ti apro il mio cuore.
e se io ti chiedo come stai, non mi accontento del “bene grazie”, vorrei sapere di più.
(a qualcuno risulto antipaticissima, lo so…)
ma se io condivido una parte di me stessa con te e tu fai lo stesso con me, succede una magia: gli anelli della catena aumentano e altri si rafforzano. e la vita che oggi c’è e domani non si sa, se condivisa, ha davvero un senso!

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Chiama piano

quando credi d’esser sola
su un atollo in mezzo al mare
quando soffia la tempesta
e hai paura di annegare
chiama chiama piano
sai che non sarò lontano
chiama tu chiama piano
ed arriverò io in un attimo
quell’attimo anche mio

quando crolla il tuo universo
fra le righe di un giornale
quando tutto intorno è perso
e hai finito di sperare
chiama chiama piano
ed arriverò io in un attimo
quell’attimo anche mio

quando il fuoco sembra spento
e non pensi di aspettare
quando il giorno resta fermo
e decidi di volare
quando certa di aver vinto
sulla nube di veleno
e il tuo cielo è già dipinto
di un crescente arcobaleno
chiama chiama piano
sai che non sarò lontano
chiama tu chiama piano
ed arriverò io in un attimo
quell’attimo anche mio

chiama piano
sai che non sarò lontano
chiama tu chiama piano
ed arriverò io in un attimo
quell’attimo anche mio

Luca Bonaffini – Pierangelo Bertoli

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Cascata di Bovegno (42 km)

le cascate, che siano smisurate o semplicemente accennate, sono un simbolo di vita, di potenza, di forza e di libertà.
l’incessante scorrere, con abbondanza o scarsità, dell’acqua diventa sinonimo di bellezza. e più mi soffermo a guardare le curva perfetta dell’acqua che lascia il suo percorso e si avventura inconsapevolmente in un altro sfondo, e più l’incanto diventa sogno e il sogno diventa pace.

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questo è un paese con degli scorci fantastici! si trova in una conca da cui dipartono alcune valli laterali e non ci si impiega molto ad arrivarci dal centro città. nelle giornate calde o solitarie cercare un angolo di paradiso non è così difficile come può sembrare…
in questi giorni ho vissuto un lutto in famiglia: dopo giornate di festeggiamenti in grande stile un incidente stradale e la morte sul colpo. perché la morte è così, generalmente non ti avvisa quando passa, e non guarda in faccia nessuno, grandi piccoli adulti anziani alti bassi grassi magri pelati o con lunghi capelli morbidi oppure ricci crespi bianchi neri gialli ecc… la morte lascia dolore e sofferenza negli affetti vicini, sensi di colpa, incredulità, impotenza, rabbia… ma sono convinta che insegni molto la morte. che lasci anche un fortissimo urlo vitale, che esplode dentro e che dice: io ci sono. vivi. ora e qui. non pensare alla morte perché lei arriva prima o poi. ma non dimenticare la vita! davanti te non c’è l’eternità, ma adesso, in questo momento c’è la forza più importante che l’essere umano possa avere tra le mani: la vita! e attorno a noi esplode meraviglia, aprendo gli occhi e il cuore e la mente per fare entrare le piccole cose che rendono l’attimo speciale, diverso da tutti gli altri, unico e soprattutto irripetibile. perché per me la vita è non è una ripetizione di momenti, una rincorsa di obiettivi, un ritorno di passi… la vita è un’esplosione di attimi e di lampi di sorrisi, di condivisione di briciole… e lasciarcela scappare, con pensieri negativi o colpe date ad altri o a noi stessi, significa già un po’ morire.

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In un breve sutra, Buddha raccontò ai suoi discepoli la seguente parabola:

c’era una volta un viandante che stava camminando su un prato quando improvvisamente si imbatté in una tigre. l’uomo si mise a correre e la tigre lo inseguì.
giunto nei pressi di un burrone, il malcapitato afferrò con le mani un arbusto di vite selvatica che era cresciuta proprio sul ciglio del precipizio e vi rimase appeso, sospeso nel vuoto, mentre la tigre continuava a fiutarlo dall’alto.
tremante di paura, l’uomo guardò in basso e vide che c’era un’altra tigre che lo aspettava di sotto, anch’essa per divorarlo. tra i due predatori c’era solo quella vite che lo sosteneva. d’un tratto apparvero due topi, uno bianco e uno nero che a poco a poco iniziarono a rosicchiare la vite.
l’uomo notò accanto a sé una succulenta fragola. mentre con una mano si reggeva alla vite, con l’altra mano colse la fragola: com’era dolce!

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Harold Skeels

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“tra gli anni quaranta e gli anni sessanta, Harold M. Skeels, uno psicologo americano fece un lavoro meraviglioso in un orfanotrofio di bambini abbandonati. aveva notato che i bambini lasciati soli in un orfanotrofio diventavano progressivamente apatici, fino a una totale immobilità. al momento del ricovero avevano un quoziente d’intelligenza normale, ma dopo circa un anno e mezzo, il loro quoziente era quello dei ritardati. Skeels si chiese: “che cosa succede?”.
prese perciò alcuni bambini e li portò dall’altra parete della città, in un istituto per adolescenti ritardate; a ognuna di loro affidò un bambino. le ragazze non erano geni, ma erano affettuose.
tutti voi conoscete parecchi ragazzi che sono intelligentissimi ma che non combineranno mai nulla…perché non hanno nient’altro che l’intelligenza. conosco tanti altri ragazzi che sono assolutamente normali, ma hanno una capacità d’affetto favolosa, e sanno scaldare il cuore della gente; loro sì che riusciranno a volare!
Skeels affidò i bambini abbandonati alle ragazze, e le ragazze li adoravano, li coccolavano, piangevano al momento in cui i bambini venivano fatti salire sull’autobus, alla fine della giornata. l’unico cambiamento per i bambini era di carattere affettivo; non era cambiato nient’altro, solo che quei bambini ora venivano vezzeggiati e amati, erano oggetto di premure.
Skeels scrisse un saggio “head start on head start” presentando i risultati del suo studio su questi bambini, che ha continuato a seguire dopo l’esperimento. tutti quelli del gruppo di controllo che vennero lasciati nell’orfanotrofio sono diventati psicotici e sono finiti in qualche istituto, oppure sono diventati ritardati mentali. ma del gruppo affidato alle ragazze, tutti tranne uno si sono diplomati alle scuole medie superiori e nessuno vive dell’assistenza pubblica; sono tutti in grado di mantenere relazioni sentimentali stabili e di mantenersi da soli.

la variabile dipendente era:

qualcuno mi ha visto,
qualcuno mi ha toccato,
qualcuno mi ha voluto bene!”

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Valle delle Sfingi (40 km)

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a parte le domeniche estive, qui non viene mai nessuno.
questa valle la conosco da quando sono piccola. frequentavo questi luoghi perché uno zio era nato qui e qui aveva ancora la casa natale, ristrutturata ma mantenuta nella struttura originaria, che usava in estate ma era agibile in tutte le stagioni.. ed è stata un po’ il punto di riferimento per parenti e amici per molti anni. con la mia famiglia salivo le domeniche primaverili e con i miei zii e cugini stavo molti giorni in estate.
mi ricorderò sempre il momento in cui si scendeva dalla macchina, dopo il viaggio di andata, oltre al profumo dell’aria (un mix buonissimo che prendeva sfumature di erba verde e funghi e letame e acqua freddissima e terra bagnata e pane) che quasi ti graffiava dentro alle narici da tanto era puro, se non ti eri coperto bene la pancia, il primo passo fuori dalla macchina era letale per il tuo intestino. il paese dove andavamo noi, a pochi chilometri dalla valle delle sfingi è a circa mille metri di altitudine, eppure dalla città, passando per il tepore della macchina (macchina.. “il nostro” non era mica solo una macchina! un pulmino volkswagen di quelli hippie.. ma questa è un’altra storia..), si arrivava in montagna e come una sorta di benvenuto obbligato, c’era la coda in bagno prima quasi dei saluti agli ospiti.

al pomeriggio si faceva sempre una camminata, che a volte arrivava fino alla valle delle sfingi.. un parco giochi naturale che lascia a bocca aperta grandi e piccoli. una meraviglia!
questo territorio fa parte del parco naturale regionale della Lessinia. I monoliti in calcare che caratterizzano la valle sono dovuti al fenomeno del carsismo causato dall’azione erosiva dell’acqua che scioglie il carbonato di calcio delle rocce calcaree. In particolare nella Valle delle sfingi, i monoliti si sono originati per l’erosione e la disgragazione di due tipi di calcare: Rosso Ammonitico e Oolite di San Vigilio. Nel tempo queste rocce si sono modellate e ora si trovano allineate in modo longitudinale sul fondovalle e distanziate tra loro.

facendo attenzione alle distese di ortiche, le piante pungenti dei cardi, intervallate qua e là da cacche di mucche di passaggio, questa valle apre la mente e fa sorridere gli occhi. un respiro profondo a pieni polmoni dopo essere stati sott’acqua senza ossigeno. e il cuore assapora il riposo soddisfatto e gioioso dell’arrivo.
oggi qui ci portiamo i nostri figli, come tradizione da tramandare ai posteri, cercando di far provare loro le emozioni che abbiamo provato noi da piccoli, sapendo che, attraverso la loro unicità riescono a provarne di nuove, e mettendo insieme le nostre e le loro, la magia si amplia. 2.0

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Beauty

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fatti bella per te

non ti trucchi
e sei più bella

le mani stanche
e sei più bella
con le ginocchia sotto il mento
fuori piove a dirotto
qualcosa dentro ti si è rotto
e sei più bella

soprappensiero
tutto si ferma

ti vesti in fretta
e sei più bella
e dentro hai una confusione
hai messo tutto in discussione
sorridi e non ti importa niente, niente!

se un’emozione ti cambia anche il nome
tu dalle ragione, tu dalle ragione
se anche il cuore richiede attenzione
tu fatti del bene
tu fatti bella per te!
per te, per te
tu fatti bella per te!
per te, per te

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passano inverni
e sei più bella

e finalmente
ti lasci andare
apri le braccia
ti rivedrai dentro una foto
perdonerai il tempo passato
e finalmente ammetterai
che sei più bella

se un’emozione ti cambia anche il nome
tu dalle ragione, tu dalle ragione
se anche il cuore richiede attenzione
tu fatti del bene
tu fatti bella per te!
per te, per te
tu fatti bella per te!
per te, per te

e sei più bella quando sei davvero tu
e sei più bella quando non ci pensi più

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se un’emozione ti cambia anche il nome
tu dalle ragione, tu dalle ragione
se anche il cuore richiede attenzione
tu fatti del bene
tu fatti bella per te
per te
per te, per te
tu fatti bella per te!

Luca Paolo Chiaravalli / Davide Simonetta / Paola Turci / Giulia Anania

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Summer

e poi, in un giorno qualunque di giugno, nemmeno troppo caldo a dire la verità , vai dal gommista perché le gomme della tua auto di seconda mano, alla quale sei molto affezionata ma non ne hai molta cura, sono ormai sciolte. e qualcuno che ha avuto pietà di te, ti suggerisce che è ora di sostituirle. e non vai dal gommista del paese o dove andava tuo papà, perché ormai si cerca tutto online e hai trovato una super offerta da un tizio, che non sai bene in realtà che lavoro faccia, che non parla proprio bene la tua lingua, ma trovi che sia gentile e disponibile e quindi vince tutte le diffidenze, e il prezzo è buono e il lavoro veloce.
e vai all’appuntamento. trafelata come al solito. non molto attenta alla forma, come al solito. ma meravigliata dei dettagli, come sempre.
di sicuro il gommista (come il meccanico o l’elettricista o l’idraulico o il tecnico della caldaia o il muratore o.) sono persone che vedi molto lontane dal tuo mondo e dalle tue conoscenze e certezze, per cui lasci fare, ti fidi ciecamente e se ti dicono di tornare a cambiare le pastiglie dei freni perché sono ormai inesistenti ed è molto pericoloso usare un’auto in queste condizioni… ovviamente non hai nulla da replicare e ringrazi calorosamente. prendi altro appuntamento. e torni. e stavolta torni pure coi figli perché non sono abbastanza autonomi da lasciarli soli. e così, mentre lasci lavorare gli specialisti, ti inventi di fare due passi con i bambini, lì, a pochi metri, così, per far passare il tempo.
e proprio in quella strada, la strada del gommista trovato per caso su internet, lo sconosciuto che sta mettendo le mani in uno strumento di tua proprietà, promettendoti che alla fine del lavoro sarai assolutamente soddisfatta, trovi una meraviglia.
e rimani incantata.
e ritorni bambina.
(perché al di là di quel muro, non si vede nella foto, c’è una palla da recuperare)
e ringrazi l’artista che ha compiuto questa opera e che l’ha voluta condividere in qualche modo con i passanti. e ringrazi la giornata non troppo calda e i tuoi figli non troppo lamentosi. ringrazi l’abitudine che ormai hai nel “cercare su internet” e l’idea di fare la passeggiata in quel luogo. ringrazi le gomme da cambiare e l’offerta trovata da quel tizio che non parla la tua lingua ma lavora bene.
e ringrazi il fatto di aver bisogno ancora e sempre delle persone per risolvere i problemi.

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e i ringraziamenti potrebbero non finire mai.

 

 

 

 

 

 

L’anno del diavolo – Laura Andreoli

è la seconda volta che mi trovo a leggere un libro di una storia che conosco…
la prima volta qualche anno fa, era un libro autobiografico, scritto a due mani dai miei genitori sulla loro storia, le loro origini, la loro vita prima del matrimonio: “la nostra anima viene dalle stelle, tuttavia il luogo dove siamo nati e la cultura ci forniscono in qualche modo l’identità e la sensazione di essere nel mondo un po’ meno soli e sperduti.”
ho pianto dalla prima parola all’ultima.

in questi giorni ho letto un libro scritto da un’amica: l’anno del diavolo.
racconta la storia dolorosa, con finale dolce -dice l’autrice- che ha coinvolto la sua famiglia qualche tempo fa. lo spunto è quello. per il resto la vicenda è stata completamente romanzata, con personaggi inventati, intrecci fantasiosi e relazioni create ad hoc.
mi pace il modo di scrivere di Laura. emozioni. sentimento. relazioni. molte parole non scritte, che lasciano però altrettanto di detto. e molte parole scritte in periodi brevi, che racchiudono una descrizione e narrazione molto intime.
c’è sempre un senso, nella forma.

prima di trasferirmi, sono stata vicina di casa della signora Maria per dieci anni e lei ha ottenuto da subito l’onorificenza di “nonna” per le mie bambine. era una presenza discreta, silenziosa. se avevo un’urgenza o un bisogno, contavo su di lei. aveva un sorriso dolce e anche quando si arrabbiava non alzava mai la voce coi bambini, sapeva essere severa ma calma.
io, dal canto mio, un po’ come Vera, che vuole farcela da sola, ho rifiutato spesso il suo aiuto. mi ricordo di averla incontrata nel vialetto del condominio quando avevo già le contrazioni e di lì a poco avrei partorito la mia seconda figlia… entravo io e lei usciva. avevo le borse della spesa (rifornimento per il nido) e l’altra mia figlia di due anni vicino, e nevicava. e lei, che anche tempo dopo mi ricordava questo incontro e la mia testardaggine, mi aveva chiesto se avessi bisogno nella sua maniera delicata e materna. ovviamente avevo rifiutato.
ma lei c’era.
e poi, ad un certo punto, mi ha detto che stava male e che non ce la faceva e che non poteva esserci più.

le relazioni umane sono il nodo del libro. (pane per i miei denti). la bellezza delle relazioni umane. la capacità di esse di sorreggerci, di farsi luce nei momenti di buio, di accompagnarci, di diventare aria quando il nodo alla gola ci impedisce di respirare… ma anche di sorprenderci, di scuoterci, di darci due bei ceffoni al momento giusto. perché qualunque sia il problema, la risposta è nelle persone. ne sono convinta.

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sono andata alla presentazione del libro, un mese fa, e sebbene l’anticipazione del tema e dei personaggi abbia tolto un po’ di magia alla lettura, il libro l’ho letto con passione e interesse. l’autrice è stata molto brava a tenere alta l’attenzione del lettore, con continui cambi di prospettiva, colpi di scena, allontanamenti e improvvisi ritorni, modulazione di luoghi e di toni.
alla presentazione, una frase mi è rimasta fissa nella mente, una citazione di Gabrielle Zevin:

nessun uomo è un’isola
ogni libro è un mondo.

godetevi questo mondo.
e se vi sentite isole, guardatevi attorno e vedrete certamente dei ponti.

 

 

 

Lazzaretto (5 km)

in una viuzza di campagna, alle porte di Verona, c’è un lazzaretto.
direi che non è in buonissime condizioni, ma il luogo in cui si trova è fiabesco.
per ovvi motivi è stato costruito qui, fuori dalla città, in una grande zona erbosa, lontana dalle abitazioni e circondata da mura in tutto il perimetro. il lazzaretto fu progettato, secondo il Vasari, dall’architetto Michele Sanmicheli nell 1548 e completato solamente nel 1628 in tempo per la peste del 1630, portata dai soldati tedeschi. per la città il contagio fu un vero disastro. nel tentativo di arginare l’epidemia le autorità sanitarie e cittadine cercarono di confinare i malati al lazzaretto: al culmine della pestilenza all’interno si concentrarono più di 5.000 appestati. Alla fine del 1700 il suo utilizzo sanitario cessò, e il grande complesso venne trasformato in deposito di esplosivi.

mi hanno detto che dopo moltissimi anni di incuria e abbandono era stato “ripulito” dalle erbacce e pareva risplendere di luce nuova… ho visto una locandina con degli appuntamenti che si svolgono proprio qui, nel lazzaretto, e mentre visitavo questo luogo una coppia di sposi freschi freschi è venuta a fare delle foto per l’album di nozze. forse davvero ci si sta rendendo conto dell’importanza di questo luogo incantato e mi auguro che molte persone lo visitino. ma l’erba qui continua a crescere…

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nonostante lo sfondo agreste e la giornata estiva, l’aria sembra pesante e la visita a questo luogo lascia un senso di solitudine e dolore. a nessuno piace parlare di malattia e sofferenza, tantomeno in questo periodo dell’anno in cui le cellule del nostro corpo sorridono col calore del sole e la nostra pelle si schiude come da un risveglio letargico e ha voglia di cantare. ma come per ogni dicotomia che si rispetti, la vita senza la morte non avrebbe senso d’esistere. la gioia senza la sofferenza non sarebbe così gradita. la fragilità e la potenza umane sono da celebrare a mio parere in ogni loro manifestazione. farne l’esperienza, calarsi nel buio degli stati d’animo più difficili, viverli.
e poi lasciarli andare.

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